Ho sempre trovato strano l’atteggiamento con cui gli uomini accolgono la notizia di un matrimonio. Non il loro, quello altrui. Di fronte a una partecipazione di nozze restano sempre perplessi, nel migliore dei casi indifferenti.
Spesso ho l’impressione che per loro sia più divertente andare a lavare la macchina la domenica mattina.
Una partecipazione di nozze viene consegnata solitamente con qualche mese di anticipo. Tre almeno, così si ha il tempo di prepararsi. E’ quindi ovvio, per noi donne, prepararsi per tempo. Per esempio, cominciando a pensare a come vestirsi.
“Ma che te frega? Tanto, è uguale”
Ecco, ‘tanto, è uguale’ è una delle frasi più spesso usate dagli uomini, almeno quelli che conosco io. ‘Tanto, è uguale’ è universale: spiega qualunque cose e mette fine a qualsiasi discussione.
“No, non è uguale. Voglio un vestito nuovo, con scarpe e borsa abbinati, e ho solo tre mesi per cercarli”
“Come ‘solo’ tre mesi, non ti sembra esagerato? Comunque, ne dobbiamo parlare proprio stasera?”
Su questo avete ragione. Parlarne un mercoledì sera di aprile non ha senso. Ma già un sabato di metà maggio affrontare il discorso non è male… ma per l’uomo, è ancora troppo presto.
Io so qual è, per lui, il momento ideale per pensare a come vestirsi. Arriva la mattina stessa del matrimonio, quando tu vestita di tutto punto, scarpe tacco 12 ai piedi, trucco da star in faccia e micro pochette inutile strapiena, chiedi con sospetto “ma tu sei pronto?”. Solo a quel punto, lui, si alza dal letto. Con un solo gesto della gamba getta indietro il lenzuolo, poi ancora a occhi chiusi si dirige verso l’armadio e lo apre. Di fronte a lui un’ardua scelta: due completi (ben due), uno verde chiaro in cotone, l’altro nero in lana. Fuori ci sono 38 gradi, ha caldo anche il sole e gli uccelli migratori stanno pensando di fare un salto in Svezia. Ma l’unico neurone sveglio in quel cervello maschile impone il suo dictat: “Fai meno fatica possibile”. Quindi, essendo la mano destra impegnata a tenere l’anta, la sinistra si alza prendendo l’ometto più vicino: quello col completo di lana.
Impossibile non reagire
“Perché quello?”
“Tanto, è uguale”
“Non è uguale, quello è in lana”
“Massì, poi tolgo la giacca”
“Metti l’altro”
“No”
“Metti l’altro”
Con un sottofondo di indistinti borbottii, il completo leggero esce dall’armadio.
No, non ho dimenticato di dire che ha rimesso via l’altro: l’altro è rimasto sul letto.
Completo alla mano, il maschio si getta in bagno per darsi una - solo apparente - aria umana. Quando esce è inutile fargli notare che non è pettinato. Solo i più ambiziosi mettono a posto la chioma, ma con le mani. I più sfacciati usano persino il gel. Si mormora di uomini capaci di adoperare un pettine, ma non si hanno prove scientifiche a riguardo.
Fatevi un favore, non chiedete spiegazioni. “Tanto, è uguale” chiarirà ogni vostra perplessità.
Dopo aver bevuto un caffè in cucina, che lui forse pensa si sia autoprodotto visto che lo ha trovato caldo sul tavolo, l’uomo è pronto a uscire. Si piazza davanti alla porta a comincia con la solita tiritera: “Sei sempre in ritardo”.
Eh certo che rispetto a te sono in ritardo! Perché penso alle cose da preparare.
Ecco le prove.
“Hai preso le chiavi della macchina?”
“No”
“La cartina per sapere la strada?”
“No”
“La partecipazione per sapere l’indirizzo?”
“No”
“I bambini?”
“I bambini?!? Ah, già, mi ero dimentic… eccoli! Ma guardate come siete belli!”
Eh certo che sono belli, li ho preparati io! Li ho svegliati, lavati, nutriti, vestiti, divisi quando hanno litigato, svestiti quando si sono sporcati con latte/cacao/pennarelli/fango (che non so neppure dove hanno trovato), li ho rivestiti e rilavati, legati e appoggiati al muro con l’imposizione di non muoversi neppure per una scossa di terremoto con magnitudo otto sulla scala Richter. Certo che sono belli!
“Ok, ora ho preso tutto. Sei pronta?”.
“Vado in bagno a darmi un’occhiata”. Inutile chiedere a lui come sto: se avessi ai piedi una scarpetta di cristallo e una espadrillas direbbe “bene”. Perché, si sa, ‘tanto, è uguale’.
“Hai preso tu il sacchetto coi golfini?”
“I golfini?”
“Sì, per me e i bambini”
“Mi hai fatto cambiare vestito e ora vuoi il golfino?”
“No, non ora. Quando farà freddo. Ho addosso poco più di un etto di seta senza neppure le spalline: un coprispalle mi serve per la chiesa, un golfino per la sera”
“Oddio, i golfini!”
Niente da fare. Esce ridendo e sta ancora ridendo quando arriviamo sul sagrato della chiesa. Anzi, ridendo lo racconta a suo fratello, che ha tolto la giacca del completo di lana che indossa (la moglie non è riuscita a intervenire per tempo) e che gli dà subito man forte.
Non capisco perché sembrano dimenticare dove viviamo. Non so voi, ma per noi milanesi, i matrimoni si festeggiano spesso nella bergamasca. E la bergamasca ha una caratteristica: non sa cosa sia l’estate. Fa finta di aver capito durante il giorno, quando il sole la prende per mano e le spiega cosa deve fare. Ma non appena l’ultimo raggio dell’astro di Apollo cala dietro la cima dei monti, la bergamasca rivendica la sua natura, scrollandosi di dosso in pochi secondi almeno otto gradi centigradi.
Ecco, allora, concretizzarsi la mia vendetta. Accade con la complicità inconsapevole del sangue del mio sangue, che viene da a me dicendo “Abbiamo freddo”. Vendetta. perché sarà l’uomo di casa, il padre di famiglia ad andare a prendere le felpe in macchina. E si sa che, durante i matrimoni, le macchine vengono posteggiate almeno a un chilometro dal ristorante. Così lui, che non ha voluto portare il sacchetto al tavolo (“Vado a prenderlo dopo io se serve. Tanto, è uguale”) si farà quattro chilometri. Quattro, sì, non ho sbagliato a contare. E’ che la prima volta arriverà con il sacchetto sbagliato.
“Cos’è sta roba? Ma hai preso il sacchetto col telone per coprire l’auto quando grandina?”
“Tu mi hai detto ‘prendi il sacchetto’ “.
Hai ragione, è colpa mia, non sono stata abbastanza chiara. Quando ho detto “I bambini hanno freddo, per favore vai a prendere il sacchetto in macchina” dovevo specificare “il sacchetto con le felpe”.
Ok, ricominciamo. Nel bagagliaio dell’auto c’è un sacchetto di carta blu con le felpe dei tuoi figli. Guardali, sono alti circa un metro, le felpe saranno circa 40 centimetri di lunghezza. Attenzione: nel bagagliaio ci sono altri oggetti, le catene per la neve, il triangolo per gli incidenti, la confezione di cacciaviti che tuo padre ti ha prestato sei mesi fa e che gli devi ridare… tutte cose che cercheranno di farti cadere in trappola. Tu sii forte e mantieniti fisso sull’obiettivo: le felpe dei tuoi figli.
Questa volta va bene, torna col sacchetto giusto. Tira fuori le felpe e infila a sua figlia la felpa blu coi Gormiti e a suo figlio la felpa rosa con le Winx.
E se uno dei due solleverà qualche perplessità la risposta arriverà immediata.
“Tanto, è uguale”